ALMA: tra zero e uno, dentro il rumore di “Codice Binario”
SCENA EMERGENTE
Gabriele Lobascio
4/14/20262 min read


Alma con il suo nuovo singolo "Codice Binario" costruisce uno spazio in cui opposti e fragilità convivono senza mai davvero risolversi.
Il club e la stanza, l’energia e il vuoto, l’istinto e l’overthinking: tutto resta in tensione, tutto resta aperto.
È proprio in questo equilibrio instabile che nasce la sua musica.
Lo abbiamo incontrato per entrare dentro questo mondo, fatto di confini tracciati, paure che anticipano le cadute e un rumore che non smette mai davvero di esistere.
INTERVISTA
“Codice Binario” vive tra due stati opposti: ti senti più vicino allo zero o all’uno in questo momento?
È difficile dire se mi sento più vicino allo zero o all’uno, perché entrambi fanno parte di me. Non sono due stati separati, ma qualcosa che si intreccia continuamente: i momenti in cui prevale uno sull’altro esistono, ma sono brevi. Più spesso è un equilibrio instabile, un incastro tra questi due modi di essere, queste due sensazioni.
Quando uno dei due prende il sopravvento, non dura mai troppo, perché si influenzano a vicenda e si sostituiscono quasi senza che me ne accorga. È come se durante la giornata potessi attraversare entrambi più volte: da un lato un approccio più introspettivo, legato al pensiero, all’overthinking, al guardare dentro; dall’altro uno più legato all’azione, al movimento, al fare.
In questo momento, mentre rispondo, mi sento più vicino al lato introspettivo, perché sto cercando di guardare dentro me stesso. Però tra dieci minuti probabilmente non sarà più così.
Nel tuo EP il club e la stanza convivono: quanto è difficile tornare a se stessi quando finisce il rumore esterno?
È difficile, ed è sempre difficile. Però è anche necessario. Per me la sensazione è un po’ quella che provi quando finisce qualcosa di bello, quando sei stato tanto tempo circondato da persone, da energia, da rumore e poi, all’improvviso, tutto si ferma.
Mi ricorda molto quando da piccoli si andava in gita con la scuola: poi tornavi a casa e, anche se era tutto a posto, sembrava mancasse qualcosa. È una sensazione strana, quasi vuota.
Ecco, quando finisce il rumore esterno è un po’ così: anche se torna il silenzio, in qualche modo continui a cercarlo. Tornare a se stessi è giusto, ma non è sempre facile, perché stare nei propri pensieri può diventare un loop, anche negativo.
“Ho tracciato quel confine” parla di protezione: quanto spesso ci allontaniamo da qualcosa di bello per paura di non esserne all’altezza?
È una domanda che mi tocca molto. Nel mio caso succede spesso, quasi sempre. Tendo a farlo in modo istintivo: mi allontano.
C’è come l’idea che, anche dentro qualcosa di bello, prima o poi succederà qualcosa che lo rovinerà. Quando le cose vanno bene è come se stessi aspettando che accada qualcosa che mi riporti giù.
Quindi, invece di subire qualcosa di esterno, è come se mi anticipassi: traccio un limite, mi allontano, per evitare che sia quella cosa ad allontanarsi da me.
Se il “rumore” è ciò che resta quando tutto si ferma, oggi riesci a distinguerlo… o ci vivi dentro?
Ci vivo totalmente dentro. Bene o male sono sempre schiacciato da un rumore.
A volte è il rumore interno, quello dei miei pensieri, dell’overthinking. Altre volte invece è il rumore esterno: il mondo che corre, le visioni delle persone, tutto ciò che è performativo.
Quando uno si ferma, arriva l’altro.
Quindi sì, vivo sempre dentro un tipo di rumore o nell’altro. Forse non sarò mai in grado di stare davvero in silenzio.
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