Anna Turrei riparte da sé con “Luna Nuova”
SCENA EMERGENTE
Gabriele Lobascio
4/21/20262 min read


Ci sono brani che arrivano come risposte. Non immediate, non semplici, ma necessarie.
“Luna Nuova” di Anna Turrei è uno di questi: un punto di ripartenza, un cambio di prospettiva, una presa di coscienza che nasce dopo il dubbio.
Dopo “Ma chi te lo fa fa’?”, il nuovo singolo segna un passaggio chiaro: dalla domanda alla scelta. Dalla fatica al coraggio di continuare, anche quando tutto sembra remare contro.
Un brano che parla di rinascita, ma anche di identità, di ascolto interiore e di quella voce — spesso fragile — che però sa indicarci la strada giusta.
Ne abbiamo parlato con lei.
Intervista
“Luna Nuova” arriva come risposta a “Ma chi te lo fa fa’?”: quando hai capito davvero che valeva la pena continuare?
È buffo come retroscena perché in realtà “Luna Nuova” è stata scritta più di un anno prima rispetto a “Ma chi te lo fa fa’?”. Ho deciso di pubblicarla dopo, ma per una questione di scelte: ci tenevo che questo brano avesse un’attenzione diversa dagli altri.
Questo però dimostra una cosa: noi artisti emergenti siamo costantemente sulle montagne russe. Ci sono tanti ostacoli da superare e spesso ci chiediamo cosa ci spinge a farlo.
La verità è che se ci sono 100 motivi per mollare, ce ne saranno sempre 101 per continuare. La grinta, la passione, i sogni, la determinazione, i sacrifici fatti nel percorso… sono il motore, alimentato dalla costanza e dalla resilienza.
La luna come simbolo di rinascita è molto forte nel brano: quanto è personale questo immaginario per te?
Molto personale. Sono nata sotto la luna nuova e mia madre me lo ripeteva sempre.
Ho sempre visto la luna come una figura femminile che ci guida e protegge dall’alto. Mi affascina tantissimo. L’idea che qualcosa riesca a rinascere continuamente, nonostante tutto quello che accade intorno, è una fonte enorme di ispirazione per me.
Nel videoclip la mente diventa una gabbia: qual è stata la “voce esterna” più difficile da zittire nel tuo percorso?
La voce più difficile è sempre la stessa, anche se arriva da persone diverse:
“fidati di me, ne so più di te, lavoro nel settore musicale da anni… questo non funziona, devi trovare qualcosa di più facile”.
Ho sempre odiato la parola “facile”. Perché da una parte sminuisce quello che scrivo, e dall’altra dà dell’ignorante all’ascoltatore medio.
È vero che a volte si ha bisogno di leggerezza, ma non sempre si vogliono ascoltare cose mainstream. Dipende dal pubblico che vuoi raggiungere.
Io ho capito che la mia scrittura parla a chi ha voglia di ascoltare davvero, di riflettere, non solo di muovere la testa. Poi certo, anche io amo ballare — ma nella mia libreria ci sono tanti brani profondi.
Oggi cosa significa, concretamente, “fidarsi del proprio istinto” nel tuo modo di fare musica?
Significa cercare di unire l’istinto a qualcosa che funziona davvero: nella scrittura, nella struttura, in un ritornello che resta.
Ma senza cadere nel banale. Cercando sempre sonorità che mi rappresentano.
Io sono convinta che chi ha fatto la storia è chi ha portato qualcosa di nuovo, o lo ha reinterpretato in modo personale.
Se copi qualcosa che esiste già, resterai sempre una copia.
La musica che ami oggi e quella che amerai domani
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