Bianca Frau: “Carrousel è il luogo dove mi perdo per ritrovare chi sono davvero”

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Gabriele Lobascio

12/2/20253 min read

Con Carrousel, Bianca Frau firma un debutto che vive di movimento, attraversamenti e ritorni. Un EP che respira in tre lingue e tre città, ma che trova nella Sardegna — reale o simbolica — il suo baricentro emotivo.
Le sue canzoni nascono da smarrimenti che diventano ricerca, da verità che fanno fermare il fiato e da improvvisazioni che si trasformano in rivelazioni. Una scrittura che si muove come una spirale: non per chiudersi, ma per riportare Bianca al punto più autentico della sua voce.
Con la complicità creativa di Jean Prat, Carrousel diventa un viaggio sonoro che unisce ironia, fragilità e nuovi slanci, alla ricerca di quel centro che non smette mai di chiamarla.

Intervista

“Carrousel” è costruito come un movimento circolare, quasi una spirale emotiva.
Qual è il punto del tuo vortice da cui non sei ancora scesa — e quello da cui non vorresti scendere mai?

«È curioso che tu parli di una spirale, perché è sempre stato un simbolo che mi affascina.
Il punto del mio vortice da cui non sono ancora scesa è quello in cui convivono smarrimento e insicurezza: è un tratto caratteriale che ho imparato ad accettare e gestire, mi spinge a mettermi sempre in discussione. È scomodo, ma è lì che nascono quasi tutte le mie canzoni.
Il punto da cui non vorrei scendere mai è l’altro lato dello smarrimento: quando, dopo tutta la perdizione e la conseguente ricerca, ritrovo quella parte di me più vera e più vicina alla mia voce. Quello è il centro che inseguo costantemente.»

Il tuo EP vive in tre lingue, tre città e tre immaginari diversi (Italia, Belgio, Francia).
Quando scrivi, da quale luogo emotivo parti davvero: da Sassari, da Bruxelles o da un posto che esiste solo nella tua musica?

«Anche se il mio EP attraversa due lingue e tre città, quando scrivo parto quasi sempre da un luogo molto preciso: la Sardegna.
In Belgio vivevo una vita frenetica, e a volte non avevo lo spazio mentale per sedermi al piano e comporre con spontaneità. Bruxelles mi dava tanti input ma era la Sardegna il posto in cui riuscivo a fermarmi e a lasciare andare tutta quell’energia.
Le canzoni sono nate nei momenti in cui tornavo in Sardegna, o in quegli spazi di respiro che avevo in Belgio e in studio con Jean.»

In “Va tutto bene” affronti con ironia il giudizio e la pressione sociale.
Qual è la bugia più elegante che ti sei detta per andare avanti… e qual è, invece, la verità che ti ha costretto a fermarti?

«La bugia più elegante che mi sono detta per andare avanti è stata proprio: “Va tutto bene”. È una frase semplice, che però mi permetteva di mettere un filtro sulle pressioni e sui giudizi esterni senza farmi schiacciare. Un modo per sorridere anche quando dentro sentivo il caos.
La verità che invece mi ha costretto a fermarmi è stata ponderata a lungo ed è stata decisiva: non potevo più ignorare quello che sentivo davvero. Mi sono resa conto che fingere che andasse tutto bene mi stava svuotando, e che dovevo prendere una pausa, ascoltarmi e ricominciare a respirare, lasciando temporaneamente il Belgio.»

Jean Prat ha un ruolo quasi “alchemico” nel tuo suono.
Qual è stato il momento in cui ti ha sorpresa portando la tua musica in una direzione che da sola non avresti mai immaginato?

«Il momento in cui mi sono davvero sorpresa è stato con “Cosa Resta”. La canzone era nata in inglese, ma in studio Jean non era convinto del risultato. Mi ha chiesto quindi di provare a cantare sulla stessa produzione musicale delle parole in italiano. Nel momento ho iniziato a cantare ciò che sentivo, con melodia e testo improvvisati estemporaneamente. Da lì il pezzo non l’ho più cambiato, e anche la registrazione che sentite è quella originale, nata in studio, con la melodia e le parole improvvisate.
È stato anche lì che abbiamo introdotto quel ritmo up-beat che oggi caratterizza la maggior parte dei pezzi del disco, e che inaspettatamente ha tracciato la direzione sonora di tutto “Carrousel”. Quello è stato un momento in cui ho capito che lasciare spazio all’improvvisazione e alla sperimentazione è la chiave essenziale per scavare dentro di sé e darsi il diritto di essere chi vogliamo.»