Dal PC di provincia all’Ariston: il viaggio del producer più giovane di sempre a Sanremo

INTERVISTENUOVI TALENTI

Gabriele Lobascio

2/12/20262 min read

Arrivare al Festival di Sanremo è un traguardo che segna una carriera. Farlo da producer, e per di più come il più giovane della storia, significa trasformare un percorso fatto di studio, camerette insonni e visioni sonore in qualcosa di concreto e collettivo.

In questa intervista ripercorriamo le immagini, le consapevolezze e i passaggi chiave che portano un ragazzo partito da Roccapiemonte fino al palco più importante della musica italiana, tra formazione accademica, istinto creativo e la responsabilità emotiva di produrre per altri artisti.

Intervista

Arrivare a Sanremo come producer più giovane della storia è un traguardo enorme: qual è stata la prima immagine che ti è venuta in mente pensando al ragazzo che produceva da Roccapiemonte?

La prima immagine che mi viene in mente è quella del pc acceso fino a tardi, cuffie sulle orecchie e mille prove di beat e melodie che non sapevo se qualcuno avrebbe mai ascoltato. Ore passate a sperimentare, sbagliare e ricominciare, completamente immerso nella musica, senza sapere davvero dove mi avrebbe portato tutto quel lavoro.

Sanremo oggi è qualcosa di enorme, per me, per il mio team e per la mia famiglia, ma credo che capirò davvero cosa significa solo quando vedrò LDA e Aka 7even su quel palco che cantano il pezzo su cui abbiamo lavorato duramente, ma soprattutto l’orchestra dell’Ariston al completo che risuona fedelmente l’arrangiamento sul quale io e Kekko (nostro direttore d’orchestra e arrangiatore) abbiamo lavorato per mesi.

Hai una formazione accademica molto solida, ma lavori nel pop-urban contemporaneo: in studio ti senti più compositore o più istinto?

L’istruzione mi ha dato tantissimi strumenti, e questo si sente: nei momenti in cui serve tecnica, armonia, orchestrazione, mi sento molto sicuro.
Però la verità è che questo lavoro non si può fare solo con la testa. La musica di oggi è emozione, è pancia, è istinto.

Io cerco di tenere insieme le due cose: la disciplina del conservatorio e l’entusiasmo del ragazzino che apre il pc e prova cose finché non sente quella scintilla.
La tecnica mi aiuta a costruire, ma è l’istinto che mi fa capire quando qualcosa è davvero giusto.

Produrre per altri significa entrare nei loro mondi emotivi: quanto di te resta nascosto dentro le produzioni che firmi?

Dipende molto dal progetto a cui sto lavorando, ma soprattutto dal rapporto che ho con l’artista che sto seguendo.
Quando c’è un rapporto solido alla base, dove l’uno si fida delle scelte creative e musicali dell’altro, inevitabilmente finisco per dare tanto del mio sound al brano.

Non in modo invadente, ma naturale: nelle scelte armoniche, nei suoni, nell’atmosfera.
Cerco sempre di valorizzare il mondo dell’artista, ma penso che un producer lasci sempre una traccia, anche se sottile.

Dal conservatorio all’Ariston passando per le classifiche FIMI: qual è stato il momento in cui hai capito che il ‘producer da cameretta’ stava diventando un professionista?

Quando Kad (autore del brano di Sanremo nonché mio attuale coinquilino) mi ha obbligato a offrire da bere a tutti ricordandomi che il ragazzino di provincia aveva 16 brani su 16 in Top 50 Italia il mese prima e un brano al Festival di Sanremo il mese dopo.

Lì ho capito che forse stava succedendo qualcosa di grande, ma dentro di me sono sempre lo stesso: lavoro duro, ascolto tanto e non do mai niente per scontato.