È finita davvero la festa di Cosmo?

ANALISI, RECENSIONI & INTERVISTE

Michela Caporale

4/28/20263 min read

Per anni Cosmo ha fatto della festa un luogo preciso: uno spazio collettivo, fisico, dove perdersi insieme e, per qualche ora, smettere di essere individui isolati.

Canzoni come L'ultima festa non erano solo hit, poiché costruivano comunità temporanee, immaginavano una forma di appartenenza. Con La Fonte, però, qualcosa si sposta, non c’è più un centro esterno verso cui convergere, una pista o un club. Il movimento sembra invertito, invece di uscire, si torna indietro, o meglio, si torna dentro. È qui che la domanda diventa inevitabile: è finita davvero la festa, o ha semplicemente cambiato forma? Se c’è una linea che attraversa la musica di Cosmo, è quella che lega il desiderio a uno spazio preciso, quasi abitabile. In Sei la mia città questo legame è esplicito, l’altro coincide con un luogo, diventa quasi una geografia emotiva in cui muoversi, perdersi e soprattutto tornare. “È sempre bello tornare”, canta Cosmo, e dentro quel verbo, tornare, c’è già tutto, un movimento lineare, riconoscibile, che implica si una distanza, ma anche la certezza di un approdo. Il desiderio qui è orientato, ha una direzione chiara, si espande, lo rende condivisibile e anche nei momenti di smarrimento, resta la possibilità di raggiungere l’altro, di dirgli “mi piaci”, trasformando quell’incontro in un luogo stabile, in casa. Non è un caso che lo stesso Cosmo abbia raccontato il brano come qualcosa nato da un’intuizione immediata, capace di emozionarlo fin da subito. In Totem e tabù, tutto questo si incrina, poiché il movimento non è più lineare ma circolare, o meglio disperso, “gira tutto tipo una spirale”. Non si raggiunge più qualcuno, si lanciano segnali, “lancio un segnale nella notte”, senza la garanzia che arrivino a destinazione. Lo spazio condiviso scompare, viene sostituito da una dimensione più instabile, fatta di buio, di schermi, di presenze che si sfiorano senza mai coincidere davvero e “Gli occhi che ti toccano nel buio” è forse il verso che segna meglio questo passaggio. Lo sguardo diventa contatto, ma è un contatto ambiguo, quasi irreale, amplificato da dispositivi che catturano e restituiscono immagini, “ti cattura la tua webcam - e si apre il tuo portale”. Il desiderio si appoggia ora a una serie di frammenti, di simboli, che non trovano mai una forma definitiva. Il confronto tra Sei la mia città e Totem e tabù basta da solo a misurare la distanza, se nel primo testo, l’altro è qualcosa che si può abitare e attraversare, nel secondo, diventa un enigma, contemporaneamente attrazione e distanza. C’è però un’ulteriore svolta che chiude il cerchio, che non riguarda più soltanto dove si muove il desiderio, ma da dove nasce e verso cosa tende a ritornare. È qui che il confronto tra L'ultima festa e Tornare alla fonte diventa decisivo. In L'ultima festa, singolo pubblicato nel 2016, tutto parte da una tensione molto semplice ma potentissima, non far finire il momento o meglio, la festa. La frase “Se c’è un limite lo posso spostare, più in là” è una dichiarazione vera e propria. Il limite esiste, sì, ma non come qualcosa da accettare, bensì da oltrepassare. E infatti tutta la canzone lavora in questa direzione, come se la festa fosse un corpo unico che continua a espandersi anche quando dovrebbe fermarsi. Anche quando “ci stanno cacciando via”, il punto non è uscire, ma resistere dentro quella sospensione, la notte diventa un momento in cui bere, gridare, consumare fino a confondersi con il corpo stesso. Dieci anni dopo, in Tornare alla fonte (2026), il gesto si ribalta completamente, non c’è più nessuna urgenza di andare oltre. Già le parole iniziali mettono tutto su un altro piano, “sorgente, radice, scintilla, matrice”, non si tratta più di attraversare la notte, ma di interrogarsi sull’origine. Anche la scrittura si comporta di conseguenza, insistendo su poche parole che ritornano continuamente, come “tornare alla fonte”, quasi fosse un mantra. La differenza si sente soprattutto nella direzione della scelta musicale, in L’ultima festa tutto è proiettato verso l’esterno, è una musica che ha bisogno dell’esterno per esistere, mentre in Tornare alla fonte, lo spazio esterno si ritira, resta qualcosa di più intimo, quasi una ricerca di ciò che precede tutto il resto. Anche il suono, come suggerisce il disco, si fa più essenziale, meno espansivo, più vicino a un’idea di ascolto che di esplosione. E allora il confronto diventa abbastanza netto, da una parte la festa come spinta a non fermarsi mai, dall’altra la musica come ritorno a un punto originario. Non è un passaggio dalla vitalità alla quiete, ma un cambio di direzione della stessa energia. Prima Cosmo costruiva una sorta di fuga, adesso costruisce un rientro, ed è in questo rientro, paradossalmente, che la musica non perde intensità ma cambia soltanto forma.