GIADA: “Sono sempre la stessa, ma ogni giorno in una versione diversa”

INTERVISTENUOVI TALENTI

Gabriele Lobascio

3/22/20262 min read

1) Nel brano c’è una continua oscillazione tra certezze e possibilità.
Tu oggi ti senti più definita o ancora in movimento?

Mi sento decisamente ancora in movimento.
“Chi sei? (NY)” rappresenta una fotografia di me in un momento preciso, una versione della mia scrittura che oggi, guardandola indietro, definirei quasi “antiquata”, nel senso che la vedo come un passo evolutivo rispetto a ciò che ero prima, ma che ora col tempo sto lasciando alle mie spalle e continuerò imperterrita a cambiare e a trasformarmi per far arrivare in maniera sempre più limpida “quella che sono” alle persone che mi ascoltano…

La mia scrittura (e di conseguenza la me cantautrice) evolve parallelamente alla mia persona. Ogni giorno sono sempre la stessa, ma in una versione leggermente diversa, le sfumature dentro di me si arricchiscono grazie alle esperienze che vivo, alle persone che incontro, alle emozioni da cui mi faccio attraversare negative e positive che siano…

È proprio questo imparare costante, che mi permette di non cristallizzarmi mai del tutto. Credo che per me fare musica significhi proprio accompagnare e raccontare il proprio divenire, senza mai pretendere di essere arrivata a una versione definitiva.

2) “Chi sei?” è anche una domanda che nasce dalla distanza.
Quanto è importante per te perdersi un po’ per capire davvero qualcuno?

Penso che perdersi sia quasi inevitabile e anche necessario quando si vuole davvero conoscere qualcuno, compreso se stessi.

“Perdersi” nasce proprio dal mettersi in discussione, dal chiedersi quanto io stia davvero desiderando le persone che ho davanti, quanto spazio stia lasciando loro nella mia vita, e soprattutto quanto sia disposta a mettermi in gioco.

Smarrirmi emotivamente mi costringe a fare i conti con quanto posso dare davvero, tra limiti e risorse, e quanto sono disposta a farmi vedere per quella che sono senza filtri, abbassando le difese e senza dover reinventarmi per adattarmi all’altro.

Lo vedo come il prezzo da pagare per arrivare a capirsi più nel profondo.

3) New York rappresenta l’ignoto, il futuro.
C’è qualcosa nella tua vita che ti spaventa ma che senti di dover comunque inseguire?

Sì, la musica.

Il mio amore e il mio “sogno-mestiere”: per quanto lo desideri, mi fa paura, perché so che è davvero difficile farsi capire e costruire qualcosa di stabile in un mondo così imprevedibile e competitivo.

Eppure, nonostante questo, mi attrae magneticamente ed è l’unica cosa che voglio fare davvero, il posto nell’universo dove sento di appartenere.

Mi spinge a dedicarmi completamente, a mettermi in gioco ogni giorno e penso proprio che quando qualcosa ti spaventa ma allo stesso tempo ti accende dentro e ti fa sentire viva sia la strada giusta.

4) Questo brano segna un nuovo inizio per te.
Cosa è cambiato davvero nel tuo modo di scrivere e di raccontarti?

Il cambiamento più profondo è avvenuto proprio nell’approccio alla scrittura: prima era più istintiva, forse un po’ “bambinesca”, guidata da emozioni immediate e da un mondo interno ancora da scoprire.

Oggi penso sia più consapevole, più stratificata. Lavoro molto sui modi e i colori dei concetti che voglio esprimere: è tutto un mix di esperienze vissute, ascolti nuovi accumulati, incontri con persone, autori e musicisti che hanno arricchito, contaminato e segnato il mio percorso, da cui ho assorbito tanto e che sto cercando di riflettere nella mia identità artistica.

Lasciare la carriera sportiva è stato il momento spartiacque: ho abbandonato una versione di me più rigida e focalizzata sul controllo. Ora sto cercando di dare spazio alla mia vulnerabilità e alla curiosità verso i miei mondi interni, senza limiti di schemi che in passato quasi mi sono autoimposta.