“Ma’”: Blanco racconta il buio senza filtri e qualcosa che continua.
ANALISI, RECENSIONI & INTERVISTE
Sara Losito
3/29/20262 min read


“Ma’” parte da lì: dall’autodistruzione.
È uscito il 3 aprile il nuovo album di Blanco, un progetto che fin dal primo ascolto arriva diretto, senza filtri. Un disco che non prova ad alleggerire, ma a restare.
Blanco entra nelle stanze più buie dentro cui viviamo e le tira fuori senza filtri. Lo fa urlando, come chi prova a spiegare qualcosa che non riesce a controllare. Comportamenti disfunzionali, errori, contraddizioni: cose che, in modi diversi, appartengono a tutti.
All’inizio ci sono i legami, quelli che restano.
In “Ti voglio bene, uomo” c’è la radice di tutto: l’amicizia, il branco, la famiglia scelta.
Poi il disco entra dentro.
Con “Ma’” arriva uno dei passaggi più diretti:“Mi avevi avvertito, questa vita fa schifo, mi sarei divertito se ci fossi stata tu”. La madre diventa il punto fermo. Non come rifugio, ma come origine.
Quel legame che non si interrompe, anche quando si prova ad andare lontano.
Da qui, il disco si incrina.
Crescere non è un passaggio naturale, ma uno scontro. L’amore passa attraverso il conflitto:
“Noi per volerci bene / senza parlare / ci dobbiamo graffiare”.
Relazioni che esistono nel dolore, emozioni che non trovano spazio nelle parole.
Il momento più duro arriva quando il racconto si chiude verso l’interno.
“Io a volte non mi sento abbastanza per me stesso” diventa una verità che resta sospesa. Non è solo insicurezza: è una distanza continua da quello che si è.
E allora si finisce per allontanare gli altri.
Non perché manchi l’amore, ma per paura di fare male.
Come se sparire fosse l’unico modo per proteggerli da quello che si ha dentro.
In “Fuori dai denti” e “Piangere a 90” questa frattura diventa evidente: restare sembra impossibile, ma andarsene fa male allo stesso modo.
Il successo non basta, non copre. È il punto più basso, quello in cui tutto si ferma davvero.
Nel mezzo, però, qualcosa cambia.
Arriva una responsabilità nuova, improvvisa, che non lascia spazio a scelte. Si intravede tra le righe di “27 luglio”, in quella sensazione di non essere pronti, di non sentirsi abbastanza per qualcosa che invece è reale. È uno dei passaggi più fragili del disco, perché sposta tutto: non si tratta più solo di sé.
E proprio lì, qualcosa si muove.
“Sto uscendo da quel tunnel / sto facendo pulizia” È un tentativo. Un primo gesto, ancora incerto, per lasciare andare quello che pesa.
Il disco si chiude senza davvero chiudersi. “Un posto migliore” lascia tutto sospeso:
“Questa notte me ne andrò e per dove non lo so”.
Non ci sono risposte, solo una direzione.
“Ma’” diventa così un racconto che non semplifica: attraversa il buio, resta nella fragilità e lascia spazio a una possibilità.
Non una rinascita perfetta.
Ma qualcosa che, nonostante tutto, continua.
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