Michele Bravi porta la sua “Commedia Musicale” a teatro: ironia, memoria e voce all’Auditorium di Milano

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Alessia Conti

5/26/20262 min read

Venerdì sera Michele Bravi ha portato sul palco dell’Auditorium di Milano Fondazione Cariplo il suo nuovo spettacolo “Commedia Musicale”, un progetto che già dal titolo racconta il desiderio dell’artista di sperimentare una dimensione nuova della propria musica.

È lo stesso Bravi a sottolinearlo durante lo spettacolo: lui non è mai stato un artista legato a canzoni particolarmente leggere o spensierate. La sua discografia ha spesso raccontato fragilità, introspezione e malinconia. Proprio per questo “Commedia Musicale” rappresenta quasi una riscoperta personale, un modo differente di stare sul palco e di raccontarsi, cercando di inserire il linguaggio della commedia all’interno del teatro e della sua musica.

Il concerto prende il nome dall’ultimo disco pubblicato dal cantante e si presenta fin dal primo sguardo come qualcosa di diverso rispetto ai precedenti spettacoli. Il palco, infatti, appare meno cupo rispetto alle scenografie a cui il pubblico era abituato negli anni passati. Una scelta non casuale, ma profondamente simbolica.

Nei momenti più parlati dello show, quelli in cui emerge maggiormente l’anima “teatrale” e narrativa della commedia musicale, Michele racconta di essersi soffermato su una riflessione letta tempo fa: i bambini ridono circa 300 volte al giorno, mentre gli adulti soltanto 17. Un pensiero che lo ha portato a immaginare una sorta di “stanza della risata”, uno spazio quasi sospeso e surreale, un mondo di giochi capace di riportare alla mente ciò che da piccoli riusciva a far sorridere con semplicità.

Ed è proprio questa immaginazione a prendere forma sul palco: richiami al Luna Park, una piccola ruota panoramica, atmosfere leggere che costruiscono uno scenario che accompagna il pubblico all’interno di un universo più luminoso del solito, pur senza abbandonare completamente la profondità emotiva che caratterizza l’artista.

Ad accompagnarlo sul palco una formazione ricca e teatrale: pianoforte, due chitarre, batteria e quattro archi, elementi che hanno contribuito a rendere lo spettacolo intenso ma allo stesso tempo dinamico e coinvolgente.

Anche l’estetica scelta dal cantante segue la direzione del progetto. Per gran parte del concerto il cantante indossa una giacca dal gusto scenico, capace di richiamare quasi l’immaginario circense, restando comunque elegante e coerente con la dimensione teatrale dello show. Solo nella parte finale dello spettacolo arriva un cambio d’abito, a segnare simbolicamente anche l’ultima parte del racconto.

“Commedia Musicale” appare come un esperimento condiviso tra palco e platea: un tentativo di alleggerire il racconto senza perdere autenticità.

Lo spettacolo alterna continuamente registri diversi. Ci sono momenti ironici, quasi da monologo teatrale, in cui il cantante scherza anche sul concetto di virilità, usandolo volutamente in maniera caricaturale e giocosa. Altri passaggi, invece, si legano ai ricordi personali: episodi vissuti con i nonni, frammenti del passato trasformati in racconti divertenti.

Anche nella scelta musicale emerge questo doppio binario. Alcuni brani più ritmati e conosciuti, come “Falene” o “Solo per un po’”, diventano tra i momenti più movimentati dello spettacolo, spezzando l’atmosfera più intensa delle canzoni legate alla parte più introspettiva del repertorio dell’artista.

Eppure, nonostante il tono più leggero dello show, ogni volta che Michele Bravi torna semplicemente a cantare, il teatro rientra immediatamente in una dimensione più emotiva e raccolta. La sua voce resta il centro assoluto dello spettacolo: intensa, riconoscibile e capace ancora una volta di trasmettere fragilità e forza nello stesso momento.

L’Auditorium, quasi completamente pieno, ha accolto con partecipazione questo nuovo capitolo artistico, confermando ancora una volta quanto Michele Bravi riesca a trovare nel teatro il luogo ideale per esprimere la propria musica. “Commedia Musicale” non è soltanto un concerto, ma un tentativo di raccontare la leggerezza senza rinunciare alla profondità. E forse è proprio questo il suo aspetto più riuscito.

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