“Morendo ad occhi aperti” è il secondo album di Promessa.

ANALISI & RECENSIONI

Miriam Casanvoa

3/28/20263 min read

Il nome del rapper di Milano si era già fatto sentire nel singolo “Players Club '25” di Skinny; l’abbiamo visto spesso anche in feat con Ele A e 22simba.

Questo nuovo progetto è un album che forse, col tempo, diventerà ancora più significativo e che, come ci si aspetta da Promessa, punta a rimanere nel tempo, a essere sentito davvero.

Rispetto all’album precedente, “Vite sgrammate”, vediamo una maturazione sia nei feat che nei testi.

Già dal singolo “Non sembriamo felici”, con una citazione a Sorrentino dal film La grande bellezza, possiamo notare una critica alla mondanità e all’ostentazione: qualcosa che alla fine rende tutto superfluo e nasconde un disagio, un bisogno di essere visti.

E quindi, non sembriamo davvero contenti di quello che abbiamo. L’artista racconta la vita di periferia, quella di Bicocca.

Non è il rap della Milano bene, ma di una Milano più periferica; è il flow delle zone di Bicocca e Fulvio Testi, la via rivendicata da Promessa, a cui non manca niente ma in cui si vive una vita mondana da ceto medio.

Stipendi normali, lavori normali, ma la voglia di quel “qualcosa in più” resta sempre un pensiero che tormenta.

È un contesto in cui succede di tutto, la vita di quartiere dove c’è sempre un’aria di rivalsa e riscatto sociale, evidente in brani come “In mezzo alla polvere”, con quell’atmosfera che evoca l’aria pesante del quartiere di Bicocca.

Quel volere di più:

“tra i palazzi in cui il sole fa luce solo poche ore ed il centro mi sembra Parigi con tutti i balconi”.

Una Parigi periferica, da banlieue, che ricorda quella raccontata da Kassovitz in La Haine.

Anche i feat sono significativi, con artisti che arrivano sempre da periferie o da contesti di provincia, come RRARI DAL TACCO o Sayf.

In “Parola parola” c’è una frase che riassume bene tutto: “ci guardano ancora male, nei posti di merda”.

C’è qualcosa che accomuna tutte le periferie nell’immaginario collettivo:

l’odio verso la vita alta e il non riuscire davvero a integrarsi tra i ricchi, anche quando i soldi arrivano.

Rimane sempre quello sguardo incerto, la rabbia di chi è cresciuto in periferia, anche davanti alle cose più normali.

“La morte spaventa ma non come una vita incerta”.

Evidente è il tema del loop della vita mondana, quella che non ti fa capire se vuoi davvero lasciare tutto e andare via o se è solo un’illusione.

In periferia non esistono veri idoli: gli idoli sono quelli che riescono a rifarsi partendo da lì.

“Mezzo bianco” con Sayf tocca il tema dell’identità, dove in periferia non esiste davvero un “vero italiano” e si sperimenta il sentirsi non riconosciuti fino in fondo.

È la multiculturalità delle periferie.
Interessante il campionamento di “Ad occhi aperti” di Bassi Maestro in “Al portone”: un richiamo all’old school che crea un ponte tra le origini e il nuovo rap.

Torna il tema del sognare ad occhi aperti e del riuscire a scappare grazie alla musica, vivendo per essa e lasciandosi trasportare altrove.

“Sto sognando ad occhi aperti da quando mi sveglio fino a sera, nella città degli angeli o nella grande mela”.

Emerge il sogno americano, da sempre idealizzato (specialmente nei contesti di periferia) come metafora del punto di arrivo e via di fuga definitiva.

“Morendo ad occhi aperti” sembrerebbe evocare anche questo: la morte non è la cosa che fa più paura, non è il vero punto.

Quello che conta davvero è riuscire ad andare lontano, uscire da un contesto in cui tutto sembra già scritto.

Quando si muore ad occhi aperti si dice che “il morto chiama altri”, quasi come se le storie si ripetessero, come se certe vite fossero destinate a somigliarsi tutte.

Promessa con questo album colpisce perché, pur essendo crudo, non è mai vuoto; fornisce invece una descrizione precisa sulla periferia, senza filtri e senza renderla altro da quello che è.