Stai studiando storia nel modo sbagliato, ti basta ascoltare la musica

ANALISI, RECENSIONI & INTERVISTE

Francesca Castaldo

5/31/20262 min read

Musica è riflesso. Ogni canzone è figlia del suo tempo. Il contesto storico in cui un brano viene scritto influenza il modo in cui si raccontano le emozioni, le ingiustizie, la politica e perfino le relazioni umane.

E spesso, rileggendo i testi a distanza di anni, ci si accorge di quanto questi siano effettivamente documenti e testimonianza del loro presente. Questo è ancora più evidente quando si confrontano testi di epoche diverse, non perché la musica “spieghi” la storia, ma perché la filtra attraverso chi la vive.

È strano come spesso ci limitiamo ad accumulare nozioni senza considerare un aspetto fondamentale: cosa succedeva nelle teste e nei cuori di chi viveva un preciso momento storico? Per fortuna, da quando è stato possibile farlo, la sensibilità umana ha trovato nella musica uno dei suoi canali più diretti. Le canzoni sono diventate, col tempo, cartoline emotive del passato.

Impossibile non citare (per quanto riguarda il contesto italiano) Fabrizio De André, tra i più capaci a raccontare l’ingiustizia e l’assurdità della guerra. In "La guerra di Piero" riesce a farlo in maniera umana, con il sottofondo melodico e decisamente contraddittorio della ballata.

"Fermati Piero, fermati adesso. Lascia che il vento ti passi un po' addosso. Dei morti in battaglia ti porti la voce. Chi diede la vita ebbe in cambio una croce."
E il contesto del dopoguerra continuerà a influenzare intere generazioni di autori internazionali, ma è tra gli anni ’60 e ’70 che il rapporto tra musica e contesto storico cambia davvero forma, soprattutto con il rock e la nascita della controcultura. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito il clima politico segnato dalla Guerra Fredda e poi dal Vietnam rende la musica un mezzo sempre più popolare di protesta. Bob Dylan è assoluto protagonista di questo passaggio: "Masters of War" diventa uno strumento di denuncia esplicita, un accusa diretta al sistema - e, per favore, concentriamoci su quanto sia attuale questo testo: potrebbe essere reindirizzato all'attuale Presidente di una delle più grandi potenze mondiali, non trovate?

E da lì in poi il rock prende sempre più spesso questa direzione. Il punk, in particolare, porta tutto all’estremo: linguaggio diretto, rifiuto dell’autorità, critica sociale senza mediazioni e nessuna intenzione di seguire trend. Band come i Sex Pistols trasformano il disagio politico e sociale in energia grezza, tirando fuori quella rabbia che riesce a far rumore, un rumore differente rispetto a quello di bombe e carri armati.

Negli anni successivi, tra fine ’80 e ’90, il rock alternativo continua questa evoluzione: con la fine della Guerra Fredda e poi con la Guerra del Golfo, il modo di percepire i conflitti cambia, perché quelli appena citati non sono più eventi lontani, adesso tutti hanno i mezzi per far arrivare le immagini di queste crudeltà tra le mura di casa propria.

Arriviamo all'11 settembre - non serve spiegare cosa è accaduto l'11 settembre 2001, vero? La musica si ritrova forse quasi costretta a reagire, reagire sia al disastroso contesto politico che ad un clima globale in cui paura e disorientamento mediatico sono diventati all'ordine del giorno. Non credo esista una canzone più chiara di American Idiot dei Green Day per racchiudere tutto questo.

Arrivando a oggi, potremmo azzardare a dire che questo rapporto tra testo e contesto è ancora vivo, ma sicuramente si è frammentato. La musica contemporanea, soprattutto quella legata alla denuncia sociale, racconta sì i grandi eventi storici e impattanti, ma lo fa concentrandosi su una realtà fatta di crisi multiple e simultanee, esattamente quelle che oggi definiscono il nostro mondo.

La musica che ami oggi e quella che amerai domani

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